QUI MONTAGNA
 


 

PROGRESSIONI  A  CONFRONTO

 

 Negli ambienti C A I,  montagna, speleo, capita spesso di fare confronti fra l'attività alpinistica e speleologica. Quello che è strano è che l'alpinista, forse perché abituato ai grandi spazi delle montagne e ai vuoti delle arrampicate, considera da matti e pericoloso andare a cacciarsi sotto terra, al buio e nel fango. Per contro lo speleologo considera l'alpinismo un'attività ad altissimo rischio, dove la progressione non offre sufficienti garanzie di sicurezza personale. E' molto difficile convincere l'alpinista e lo speleologo  a provare, anche una sola volta, l'attività dell'altro. Rarissimi sono quelli che fanno entrambe le attività. Esiste di fatto una reciproca diffidenza, sicuramente non sempre giustificata. Un confronto fra le due attività è possibile, forse utile, per rimuovere quei luoghi comuni e quelle convinzioni che non hanno ragione di esistere.

L'ambiente nel quale si muove l'alpinista è quanto mai complesso e difficile da conoscere. In alta montagna ci sono rocce e ghiacciai. Le rocce possono essere di diverso tipo dallo gneiss, al granito, al porfido, fino alla dolomia. Ogni tipo di roccia presenta caratteristiche proprie di consistenza, di qualità, di abbondanza o meno di appigli, di pericolosità dal punto di vista caduta sassi, che l'alpinista deve conoscere a fondo per impostare, nel modo corretto, la tecnica di arrampicata. Ancora più complessa è la conoscenza della parte ghiaccio, direttamente dipendente dalle condizioni di innevamento che variano di anno in anno, e dalle condizioni dello sgelo, che portano variazioni anche notevoli nell'arco della stessa giornata. Il ghiaccio è sempre  un elemento insidioso, sulle creste per la presenza di cornici, sui ghiacciai per i crepacci e i ponti di neve. Questi ultimi non sempre sono identificabili anche da parte dell'alpinista esperto. Altro elemento che l'alpinista deve tenere presente è il tempo atmosferico. Oltre alle previsioni di carattere generale deve sapere prevedere l'andamento del tempo nelle prossime ore ricorrendo all'osservazione dei venti, delle nuvole, del comportamento di animali, ecc...  .

Come si vede, e come ho già detto, la conoscenza dell'ambiente è complessa e tale da richiedere tempo e pazienza per acquisirla in modo soddisfacente. Per lo speleologo le cose sono notevolmente più semplici. Il 90% delle grotte si trovano in rocce calcaree. Praticamente lo speleologo ha a che fare con un solo tipo di roccia. Il ghiaccio non esiste. Per quanto riguarda il tempo, l'alpinista e lo speleologo sono sullo stesso piano. Una tormente in alta montagna può inchiodare l'alpinista sul posto fino alle estreme conseguenze dell'assideramento. Ma anche forti temporali esterni, che lo speleologo, nel chiuso della grotta, non riesce a prevenire con una fuga strategica, possono riempire una grotta d'acqua, creando gravi problemi.  Occorre inoltre rilevare che l'alpinista si muove in un ambiente a bassa temperatura e in condizioni di  aria sempre più rarefatta coll'aumentare della quota. Un ambiente quindi molto ostile alla sopravvivenza dell'uomo. Secondo parametri diversi, anche in grotta si verifica la stessa situazione. All'oscurità totale si aggiunge l'umidità del 100%. Fermarsi in grotta per periodi prolungati, senza la protezione di un telo termico, può portare alle gravi conseguenze dell'ipotermia. Dal punto di vista ambiente si può quindi concludere che lo speleologo ha si  dei problemi, ma in misura minore dell'alpinista.

Lo studio dell'itinerario da percorrere vede lo speleologo in condizioni di netto svantaggio nei riguardi dell'alpinista. Quest'ultimo dispone di guide con tanto di schizzi recanti il tracciato della salita. Le stesse vie sono descritte quasi millimetricamente passaggio per passaggio. Inoltre l'alpinista può fotografare e binocolare la via che gli interessa da diverse angolazioni, con diverse incidenze di luce, con diverse condizioni di innevamento. In una parola è in grado di fare una radiografia dettagliata dell'itinerario da percorrere, cosa che diventa poi utilissima durante l'arrampicata. Lo speleologo invece viaggia al buio, è proprio il caso di dirlo: non ha nessuna possibilità di vedere o di studiare il percorso che lo attende. Dispone è vero di guide con pianta e descrizione della grotta, ma queste non sempre sono esatte: anzi non è raro il caso di trovarsi di fronte a spiacevoli sorprese. Quando poi lo speleologo percorre una grotta nuova, ed il caso è abbastanza frequente in speleologia, si trova completamente disarmato di fronte ad un pozzo o ad una strettoia. Con la luce dell'acetilene che porta sul casco arriva a vedere a 5-6 metri, con la torcia a mano arriva più lontano, ma il percorso che lo attende può essere esplorato in modo molto limitato.

L'arrampicata su roccia e su ghiaccio è fondamentale in alpinismo. Una corretta posizione del corpo, un'esatta impostazione dei piedi e delle mani, una progressione con stile ed eleganza con risparmio di energie, sono della massima importanza. È poi determinante saper arrampicare senza scivolare o cadere. Anche qui l'assimilazione delle tecnica di arrampicata richiede molto allenamento, tempo e anche predisposizione. Pochissimi sono quelli che arrivano ai massimi livelli. L'alpinista ha davanti a se la parete alla quale è attaccato per le quattro estremità, sotto il vuoto. Per lo speleologo le cose sono più facili. Lo speleologo è, per così dire,  avvolto dalla roccia. La roccia dove attaccarsi è da tutte le parti, non ci sono vuoti, i tratti da fare in salita sono sempre limitati, gli appigli buoni ed abbondanti. Non esiste una tecnica di progressione: tutto è valido, piedi, ginocchia, gomiti, spalle, mani, tutto serve pur di andare avanti con sicurezza. Quello che spaventa in speleologia non sono le arrampicate  su brevi tratti, bensì le strettoie: di fronte a queste famigerate strutture lo speleologo deve vincere la naturale repulsione ad infilarsi, specialmente se sono piene d'acqua e di fango. Deve inoltre sapersi mantenere calmo anche quando  la strettoia lo stringe inesorabilmente fino a bloccarlo. La tecnica di scivolamento anche se è facile da intuire non è poi facile da applicare: solo speleologi di lunga esperienza riescono a destreggiarsi bene nelle strettoie ed a passare in posti preclusi ad altri meno esperti, anche se della stessa taglia atletica. Si può quindi affermare che l'arrampicata in grotta è meno onerosa di quella in montagna, però le strettoie mettono sullo stesso piano di difficoltà  la progressione in libera sia in montagna che in grotta.

In speleologia la corda viene usata per scendere nei pozzi a mezzo di apposito discensore. Lasciata in opera viene poi  utilizzata per  risalire il pozzo coll'ausilio di opportuni bloccanti. Ben diverso è l'uso della corda in alpinismo. Nell'arrampicata in montagna non è da escludere l'eventualità di cadere. La corda serve per trattenere la caduta del compagno che vi è legato. E qui esiste un primo punto critico nella progressione con corda in montagna. Una caduta è sempre una pesante incognita. Se non viene trattenuta si risolve in un volo per i componenti la cordata con conseguenze irreparabili. Se viene trattenuta può risolversi favorevolmente, ma può anche procurare ferite tali da mettere in crisi l'intera cordata. L'assicurazione che il capocordata fa al secondo non presenta particolari problemi. Se il capocordata ha l'avvertenza di tenere costantemente la corda in leggera tensione, lo strappo che riceve è pari al peso del secondo. Non è quindi difficile trattenerlo. Ben più delicata è l'assicurazione del secondo al capocordata. In caso di caduta, il primo di cordata fa un volo pari al doppio della distanza che lo separa dall'ultimo punto di sicurezza. Lo strappo che riceve il secondo è veramente notevole. Per fronteggiarlo la sicurezza deve essere fatta su spuntoni di roccia, su chiodi piantati in fessure, o su altri mezzi artificiali. La corda deve scorrere in moschettoni con nodi (mezzo barcaiolo) o bloccanti (autobrake, robot, ecc...) in grado di dissipare prima l'energia della caduta e poi di trattenerla. Qui esiste un secondo punto critico. Infatti non sempre è possibile trovare solidi spuntoni di roccia, fessure adatte nelle quale piantare i chiodi, gli stessi chiodi non sempre danno le necessarie garanzie di sicurezza. Senza contare che nelle salite medio-facili nessuna cordata fa sicurezza con chiodi. Il secondo si limita ad assicurare il capocordata a spalla. Tecnica suicida perché nessun secondo è in grado di trattenere a spalla il volo del capocordata. Invece la progressione su corda in grotta è basata sulla massima sicurezza. La corda viene assicurata a mezzo di moschettoni e placchette agli spit. Gli spit sono chiodi autoperforanti a  espansione di massima affidabilità, tanto che una volta piantati non possono più essere estratti. L'avvicinamento al pozzo viene fatto con auto assicurazione ad un corrimano. La corda di calata in genere è assicurata a due spit. I discensori sono mezzi di grande affidabilità come pure i bloccanti per la risalita. La corda di discesa non deve mai sfregare contro  la roccia. Per farla sempre cadere nel vuoto si fanno i frazionamenti utilizzando altri spit, aumentando in questo modo la sicurezza di aggancio della corda. Esempio: un pozzo profondo 50 metri dove sono richiesti tre frazionamenti,  la corda viene agganciata complessivamente a 5 spit, che ovviamente garantiscono una sicurezza totale. C'è da aggiungere che l'apprendimento della tecnica di discesa, di risalita, di passaggio di frazionamenti non presenta difficoltà di rilievo. Fisicamente è meno onerosa dell'arrampicata in montagna in artificiale, su chiodi e staffe. Riassumendo l'uso della corda  nella progressione in montagna è indispensabile per trattenere l'eventuale caduta del compagno di cordata, però è evidente che l'affidabilità del meccanismo di sicurezza non è totale. In speleologia invece la corda offre una garanzia completa. Solo commettendo grossolani errori si può mettere in crisi la sicurezza della progressione. Resta da esaminare l'ambiente alpinismo e l'ambiente speleo. In alpinismo due compagni di cordata che si procurano una corda da 50 metri, una decina di chiodi e moschettoni possono fare, per proprio conto, tante belle arrampicate in montagna. Il vincolo della corda, la consapevolezza che la propria pelle dipende anche dal comportamento del compagno legato all'altra estremità, crea profondi legami di amicizia. Nella storia dell'alpinismo ci sono molti esempi di cordate famose. Per contro questo fatto porta l'alpinista ad una forma di isolazionismo, ad essere diffidente nei riguardi del nuovo venuto    di cui non si conoscono le capacità. In alpinismo non è facile entrare in certi ambienti, fare cordata con gli altri o farsi una cordata propria. In speleologia non c'è il vincolo della corda. Anzi ogni speleologo deve essere autosufficiente nella progressione in grotta. Sulle corde si va uno alla volta. Non solo  ma una grotta che presenta, per esempio,  dieci pozzi obbliga lo speleologo a portarsi dieci corde. Da qui la necessità di dilatare il numero dei componenti la comitiva, per ridurre la fatica del singolo. Inoltre dieci corde costano, altra necessità  per lo speleologo di inserirsi in un gruppo speleo, dal quale prendere a prestito le corde. Ogni speleologo ha bisogno di parecchi compagni per fare cose serie in grotta. Una visita di impegno assume il carattere di una piccola spedizione. Solo un gruppo composto da parecchi elementi ben organizzati e affiatati può portare avanti una seria esplorazione. Ne consegue una maggiore apertura verso gli altri. Entrare in un ambiente speleo è abbastanza facile. Come è facile trovare amici aperti e disponibili per aiutare e insegnare, al nuovo venuto,  tutto quello che deve sapere sulle grotte. Con questo non intendo dire che l'alpinista è un musone  che sta per proprio conto, no di certo. L'alpinista è sempre disponibile ad estrarre il cuore dalla propria tasca per offrirlo a chi condivide la sua stessa passione. Questo è vero. Però è altrettanto vero che lo speleologo il cuore l'ha in mano.

A questo punto vorrei dire: "Alpinista prova ad andare in grotta, anche se devi bagnarti e sporcarti, ti renderai conto che non è pericoloso e non è da matti. Anzi ti accorgerai di trovare nella speleologia dei valori che meritano di essere coltivati".

"E tu speleologo prova ad andare ad arrampicare in montagna. Ci sono è vero dei rischi da affrontare, ma vedrai che ne vale la pena".

 

 

 
 
  
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