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PER
NON DIMENTICARE
Guerra di Liberazione: 8 settembre 1943 - 25 aprile 1945. Questi
sono gli anni più duri che la Valsesia ha vissuto nella sua storia:
sparatorie, combattimenti, rastrellamenti, fucilazioni, case
bruciate per ritorsione, civili impiccati per rappresaglia, miseria
e fame per tutti. Procurarsi da mangiare era l’assillante impegno
quotidiano ed ogni mezzo era valido per farlo.
E
tutto questo per non dimenticare.
La
dove il Sesia incomincia ad affacciarsi alla pianura ci sono ampie
baragge e diverse lanche formate dal fiume. Le lanche sono ancora
piene di pesci, basta una bomba a mano per fare un’abbondante pesca.
Il pesce pulito e messo sotto sale costituisce un elemento
determinante per la propria sopravvivenza. Non sono delle classi di
leva. I miei documenti sono in regola, non mi trovo nella necessità
di fare una scelta: fascisti da una parte, partigiani dall’altra.
Esco da casa per andare a pescare. Nella baraggia sono intercettato
da una pattuglia di fascisti. Non mi chiedono i documenti, non mi
perquisiscono. Mi dicono che sono un traditore, una spia e
incominciano a picchiarmi con rabbia. Pugni, pedate, sono colpito
ripetutamente col calcio del fucile, sanguino dal naso e dalla
bocca, non mi reggo più in piedi, cado a terra. Un fascista mi
trascina per i piedi ad un ruscello e mi mette la testa sott’acqua.
Mi manca il respiro, sento l’acqua che mi entra nei polmoni
strozzandomi la gola. Mi tirano fuori dall’acqua e mi cacciano
contro una pianta. “Mettiti li che ti fuciliamo”, mi grida un
fascista. Sento il rumore secco dei caricatori che mettono i colpi
in canna, i colpi che dovranno uccidermi. Volano due bombe a mano
Sipe, una dietro l’altra, e si scatena l’inferno.
E tutto questo per non dimenticare.
Quando il silenzio ritorna nella baraggia del Sesia mi trovo prono a
terra. Mi alzo sui gomiti, sanguino ancora dal naso, dalla bocca e
dalle ferite. L’erba sotto di me è intrisa dal mio sangue. Mi metto
in piedi a fatica e barcollando mi allontano dirigendomi verso la
montagna. Alcuni uomini armati mi raggiungono. Hanno il fazzoletto
rosso al collo: sono partigiani. Mi prestano le prime cure, poi mi
aiutano a raggiungere un luogo sicuro sul Monte Briasco. Qui vengo
curato da un medico, impiego un mese per riprendermi completamente,
ma alcune fratture e ferite me le porterò dietro per il resto della
vita. Al seguito di un gruppo di partigiani arrivo ad Artò. Vedo
staffette che vanno e che vengono per mantenere il collegamento fra
i vari reparti. Sono giovani armati fino ai denti, che conoscono
bene la montagna e che si muovono quasi sempre di corsa. Gruppi di
partigiani si allontanano per alcuni giorni per compiere azioni di
guerriglia contro i presidi fascisti o tedeschi.
Un
giorno un comandante mi dice che devo decidermi se tornare a casa o
se unirmi ad un reparto di partigiani. Se torno a casa i fascisti mi
fucilano e questa volta hanno una motivazione per farlo. Il
comandante dice che devo procurarmi un’arma. Mi da un pugnale e mi
propone di andare a Civiasco o a Varallo, bloccare un fascista e
portargli via l’arma. È terribile quello che dovrò fare, ma non ho
altra scelta.
E
tutto questo per non dimenticare.
Due
giorni dopo ritorno dal comandante, ho un Mitra Beretta con relativo
munizionamento. Restituisco il pugnale e ne ottengo in cambio un
fazzoletto rosso. Partecipo a diverse azioni. Imparo a mettermi al
riparo e a sparare solo quando necessario. Ma imparo anche un’altra
cosa. Chi va in combattimento ha sempre paura, spara per primo per
uccidere e non essere, in questo modo, ucciso dai nemici: è una
sorta di legittima difesa. I tanto decantati eroismi di combattenti
che si immolano per la Patria o per la bandiera sono solo ipocrisie.
E
tutto questo per non dimenticare.
Al
termine di una azione facciamo alcuni prigionieri. Uno di questi è
un ragazzo della mia età, lo guardo fisso negli occhi, è spaventato,
non sa quale sorte lo attende. Se non ci fosse la guerra avremmo
giocato a pallone assieme. Ma adesso un abisso ci divide, lui ha la
camicia nera, io il fazzoletto rosso. Entrambi siamo vittime, senza
scampo, di una guerra scatenata dalla sete di potere e dagli
interessi economici di menti perverse e senza scrupoli.
Poi
un giorno tutto finisce in uno sventolio di bandiere tricolori e di
bandiere rosse. La gente smette di odiarsi, incomincia la
ricostruzione.
Gli
ideali che la storia attribuisce al movimento di liberazione
riguardano la libertà di pensiero e di parola, eguaglianza di
diritti e doveri, giustizia sociale. L’Italia che ne uscirà non è
proprio quella per la quale i partigiani hanno combattuto, ma questo
lo valuterà la storia.
Per
quello che mi riguarda l’esperienza della Guerra di Liberazione ha
inciso il mio carattere modificandone alcuni aspetti in modo
irreversibile, per me non sarà più come prima.
E
tutto questo per non dimenticare.

REPARTO DI PARTIGIANI IN MARCIA
 
CACCIA AGLI ULTIMI FASCISTI
PARTIGIANI IN MONTAGNA

25 aprile 1945 COMBATTIMENTI SUI TETTI DI MILANO
PER ELIMINARE LE ULTIME SACCHE DI
RESISTENZA DEI FASCISTI
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FOTOGRAFIE RICAVATE DAL LIBRO "L'ITALIA NELLA
SECONDA GUERRA MONDIALE" EDITO MONDADORI |
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