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NOVECENTO METRI DI LASTRONI
Molte sono le storie che le montagne della Grande Valle possono raccontare a quel montanaro che ha l’animo di restare ad ascoltarle. Non sempre queste storie sono liete o divertenti, a volte sono tristi e finiscono in tragedia. Quando si parla di queste ultime è solo per dovere di cronaca. Parlarne dal punto di vista umano è sempre rischioso: si può essere fraintesi, contestati, messi in cattiva luce. Per parlarne occorre del coraggio. Il coraggio di chi nella vita non ha più niente da perdere, più niente in cui sperare. “NOVECENTO METRI DI LASTRONI” è la storia vera di due giovani alpinisti che perdono la vita in montagna e che ha profondamente inciso l’animo di quelli che l’hanno vissuta.
Il tempo è brutto. Il cielo è uniformemente coperto da nuvole grigie: pioviggina. Le cime più alte sono imbiancate dalle prime nevi. Non ci sono armenti sui pascoli: le erbe sono bruciate dai primi geli. Le pensioni e gli alberghi della valle sono vuoti. C'è molta tristezza: è autunno, tutto è pronto per il lungo letargo invernale. Due giovani alpinisti lasciano la valle e prendono a salire in direzione dei pascoli alti. Sono curvi sotto al peso dei loro sacchi. Camminano col passo lento e cadenzato di chi ha pratica di montagna. Incuranti della pioggia, vanno su per il largo sentiero coperto da foglie ingiallite, madide d'acqua. Approdano ai primi pascoli e più su ai pascoli alti. Qui si fermano. Improvvisamente davanti a loro appare la meta che si prefiggono di salire: una parete di roccia verticale, tutta lastronata, di novecento metri di dislivello. Solo pochi dei più forti alpinisti della valle riescono a superarla. E' impressionante da vedere. Adesso è in condizioni impossibili: la neve intasa le fessure, i lisci lastroni sono ricoperti da vetrato. Non solo l'istinto del montanaro, ma anche il comune buon senso, consigliano di desistere dal tentativo di salirla. I due giovani alpinisti riprendono il sentiero dei pascoli alti. Alla loro fine, la dove iniziano le prime morene, raggiungono una baita per passarvi la notte. E' buio omai. Nell'interno della baita, alla luce incerta di una candela posta al centro di una tavolaccio, i due alpinisti consumano un pasto frugale. Sono in silenzio. Ognuno è immerso nei propri pensieri. I due sono assillati dal difficile domani. Novecento metri di lastroni coperti da neve e da vetrato sono duri da superare: le incognite della salita sono gravi e pesanti. Nel fondo dell'animo qualche cosa dice di cercare una scusa accettabile, di fronte alla propria dignità, per rinunciare alla salita. Incertezze e dubbi si alternano col desiderio di riuscire in una grossa impresa, si accavallano con i problemi della vita in pianura. Entrambi sono diplomati da alcuni anni. Non trovano lavoro. Nessun tipo di lavoro. La società nella quale vivono ed alla quale hanno il diritto di appartenere, li rifiuta sistematicamente: si sentono emarginati. I loro animi sono carichi di rabbia e di umiliazione. Per loro fare la parete di roccia, nelle attuali proibitive condizioni, significa finire sui giornali. Significa affermare la propria presenza, trovare una remora alle proprie frustrazioni. Queste ultime considerazioni finiscono col prevalere creando una forte volontà di riuscita. Alle prime luci del nuovo giorno lasciano la baita che li ospita per la notte e prendono a salire la morena. Alla base della parete si fermano. Si legano in cordata, si sistemano i chiodi, i moschettoni, il martello a portata di mano. Iniziano ad arrampicare. I primi tiri di corda sono durissimi. Superato lo zoccolo iniziale le cose vanno meglio, ma la salita è sempre difficilissima. La neve ed il vetrato rendono ogni manovra più onerosa. Piantare chiodi è incredibilmente faticoso, la loro tenuta è sempre aleatoria. La condizione di equilibrio è precaria, basata a volte più sulla fortuna che sull'abilità. Il dispendio di energia fisica è enorme. Nonostante questo i due giovani alpinisti, lastrone dopo lastrone, si innalzano fino alla parte terminale della parete. Qui fanno una breve sosta. Sulla loro sinistra i lastroni sono meno inclinati e più articolati: la via per la vetta, ormai vicina, è più agevole. I due alpinisti provano la meravigliosa sensazione di avercela fatta, si sentono euforici. Vogliono sfogare la loro forza di dominatori fino all'ultimo, fino alla cima. Così tirano su diritto. Ma qui la via è difficile: gli appigli sono scarsi e spioventi, le possibilità di sicurezza inesistenti. Il capocordata sente le dita, intirizzite dal contatto con la neve, allentarsi sugli appigli. Nel tentativo di mantenersi in equilibrio inarca il corpo per esercitare una maggiore pressione coi piedi. Le dita si allentano e mollano l'appiglio. Il capocordata cade nel vuoto. La corda schiocca in una tremenda frustata e trascina nella caduta anche il secondo. Il vento del volo nel vuoto sibila nelle orecchie, mozza il fiato in gola. Sacco da montagna, berretto, giacca a vento, scarponi, vengono strappati violentemente da dosso dal vento della caduta. La sensazione della tragedia ineluttabile attanaglia l'animo: un urlo disperato lacera il silenzio della montagna. Poi il nulla. I corpi dei due giovani alpinisti giacciono esanimi sul ghiaione sottostante la parete. Come assieme muoiono in montagna, così assieme vengono sepolti nel cimitero della loro città. Partecipo ai funerali. Quando esco dal cimitero vedo il cielo coperto da fantastiche nuvole bianche. Fra queste si formano due strani giochi di luce. Sono le anime dei due giovani morti in montagna che adesso sono lassù nel paradiso degli alpinisti. Lassù in cordata ad arrampicarsi sulle grandi nuvole bianche e questo per l'eternità. Lo so che non può essere vero. Ma il dispiacere per la perdita dei due giovani amici e tale che per me è di conforto il pensare che lo sia. E anche questa è una delle tante storie che le montagne della Grande Valle, possono raccontare al montanaro, che ha l'animo di restare ad ascoltarle. | ||
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