| QUI MONTAGNA | ||
LA LEGGENDA DI CIVIASCO
Molte sono le leggende di ogni genere, di ogni tipo, che riguardano la montagna, leggende tramandate di generazione in generazione anche attraverso i canti di montagna o degli alpini. Ogni leggenda ha un fondo di verità. La fantasia popolare non arriva ad inventare cose nuove, ma fa sempre riferimento a fatti realmente accaduti, sui quali poi lavorare per dare ad essi il sapore della leggenda. Chi in arrampicata ha visto cadere dei sassi da vicino ha avuto la netta sensazione che in alto c'era qualcuno che glieli scagliava. Da qui la leggenda della vetta del Cervino difesa da spiriti maligni che ne volevano impedire la conquista, da parte dei salitori, lanciando loro delle pietre. In speleologia non esistono leggende vere e proprie. Si racconta di streghe che abitano in grotta e che escono di notte per compiere i loro riti satanici. Oppure di folletti che, sempre di notte, escono dalla grotta, raggiungono una strada dove si divertono a spaventare il malcapitato passante. È per questo che, quando vengo a conoscenza della leggenda di Civiasco in Valsesia, la cosa mi incuriosisce al punto che decido di approfondire l'argomento. Secondo questa leggenda una grotta, esistente nella zona di Civiasco, precisamente il Partusacc, avrebbe una prosecuzione che passa da una parte all'altra della montagna. In mezzo ci sarebbe una sala riccamente concrezionata con al centro un laghetto. Come prima cosa vado a vedere la grotta Pertusacc. La ispeziono a fondo: trovo delle spaccature, ma per nessuna di queste è ragionevole tentare una disostruzione per verificare se continuano o meno. Non mi resta che cercare il secondo ingresso dalla parte opposta della montagna. L'anno successivo, non appena la neve invernale libera la montagna consentendone il percorrimento, mi metto al lavoro. Ispeziono i diversi versanti di Cima Falconera, la cima sul cui lato sud occidentale si trova la grotta Partusacc. Quando il pendio boscoso è molto ripido lo esploro con calate a corda. Ho sempre con me nel sacco una corda da 50 metri, un'altra da 35 e il parco di risalita speleo. Non trovo niente, non solo ma vedo che la morfologia e la natura geologica del terreno non sono tali da sperare in un ritrovamento. In compenso scopro parecchie cose per me nuove. Su un colle trovo una cisterna piena d'acqua da utilizzare per spegnere eventuali incendi. Oltre il colle, sul versante di Varallo, scopro una estesa pineta pianeggiante e silenziosa. Più in alto vedo diverse sorgenti, una di queste reca una data: 1891. Scopro anche parecchi sentieri, fatti da cacciatori o cercatori di funghi, ben visibili anche se coperti da neve o da foglie secche. La montagna è evidentemente frequentata: se c'era una ingresso grotta sarebbe stato sicuramente identificato e segnalato. Ogni mia ulteriore ricerca è quindi inutile. Però non mi arrendo, voglio fare un ultimo tentativo. È la seconda metà di marzo di uno degli ultimi anni del secolo ventesimo. Da più di 100 giorni il tempo è bello stabile. Parcheggio la macchina sul piazzale prospiciente la chiesa di Civiasco ed incomincio a salire per i boschi. La giornata è splendida. Il cielo è terso e di un azzurro intenso bellissimo da vedere. Il Monte Rosa rosseggiante nelle sue rocce, scintillante nei suoi ghiacciai, è uno spettacolo. I crocus spuntano dai pascoli sfidando gli ultimi freddi e annunciando la prossima primavera. Il silenzio della montagna è rotto solo dal fruscio delle foglie secche sotto ai miei passi. Sto percorrendo una dorsale. Ogni tanto guardo il suo versante occidentale. Qui non ci sono sentieri: la zona non è frequentata, infatti il bosco è molto ripido e scosceso. Fra i rami delle piante e dei cespugli intravedo una massa scura. Con una calata o due ci posso arrivare: vale la pena di verificare. Indosso la tuta speleo e l'imbraco con le relative ferramenta. Lego la corda ad una solida betulla e mi accingo alla discesa. Sto per agganciare il discensore quando sono assalito da dubbi. La voce della ragione mi dice: "...... ma cosa stai facendo ? dopo tutto quello che hai fatto e vissuto in montagna sei ancora qui ad attaccarti ad una corda, in una zona impervia, in mezzo ai boschi. Sei solo come un cane randagio, se ti succede qualche cosa prima che vengano a prenderti fai in tempo a morire. Guardati attorno, fra i tuoi coetanei un terzo non ci sono più, un terzo hanno problemi di salute, quelli che stanno bene si limitano a portare a spasso, il nipotino, il cagnolino o a lavorare l'orto. E tu.....?". Quando da una parte esiste una ragione, dalla parte opposte esiste sempre un torto. La voce del torto mi dice: "..........finché hai fiato e gambe per fare le cose che ti piacciono dacci dentro ed il resto non conta." Siccome nella mia vita sono sempre stato dalla parte del torto o, più esattamente, sono stato, quasi sempre, messo dalla parte del torto, non ho esitazioni. Aggancio il discensore alla corda e vado giù. Mi lascio esaltare dalla discesa, travolgo rami e cespugli, dopo cinquanta metri di calata raggiungo la sommità di una profonda spaccatura. Nella sua parte a valle vedo una finestra passante nella roccia, sulla parete a monte un'apertura quadrangolare di poco più di mezzo metro di lato. È stretta, ma è un ingresso grotta. Devo legare una seconda corda da 35 metri ad una pianta per raggiungere il fondo della spaccatura. Con la torcia di profondità ispeziono il buco che osservo in precedenza, vedo che continua. Attacco l'impianto ad acetilene e mi butto dentro. Pancia a terra striscio nel cunicolo. Di mano in mano che procedo il cunicolo si allarga. Posso continuare a carponi sulle mani e sulle ginocchia. Il cunicolo si allarga ancora. Riesco mettermi in piedi e ad alzare la testa. Mi salta il cuore in gola dall'emozione, quello che vedo è stupefacente: una sala ampia e riccamente concrezionata. Le concrezioni hanno forme fantastiche e svariatissime, il loro colore va dal rosso al bianco. Le famose concrezioni delle grotte di Postumia, Castellana, Toirano, possono sparire di fronte a queste. Vado avanti con cautela per non danneggiare l'ambiente. Con la torcia elettrica ispeziono le parti di grotta dove la luce dell'acetilene non arriva. Faccio un'altra scoperta: al centro della grotta vedo un laghetto. Ma ....., ma allora questa è la grotta della leggenda di Civiasco. Ma allora la Grotta della Leggenda non è la prosecuzione del Partusacc, ma una grotta a se stante. Se è così deve avere un secondo ingresso dall'altra parte della montagna. Mi metto alla sua ricerca. Attraverso a guado il laghetto, mi destreggio fra alcune concrezioni e poco dopo identifico un cunicolo. Sono bagnato, ho l'acqua negli stivali, sono sporco di fango, ma mi butto dentro egualmente. Strisciando sui gomiti e sulle ginocchia lo percorro finché vedo davanti a me un chiarore: è il secondo ingresso che sbuca all'aperto. Quando sono fuori faccio fatica a capire dove mi trovo. È solo il riferimento a cime attorno a Varallo, che io ben conosco, che mi consente di identificare la mia posizione. Per rientrare alla macchina devo rifare il percorso a ritroso, riattraversare il lago a guado, risalire prima 35 e poi 50 metri di corda. Non sto più nella pelle dalla soddisfazione. La scoperta speleologica che realizzo è di eccezionale importanza soprattutto per la ricchezza delle concrezioni della sala centrale. Però a pensarci bene la cosa fa sorgere seri problemi che diventano una doccia fredda per i miei entusiasmi iniziali. Ci sono infatti persone che entrano nelle grotte asportandone le concrezioni per venderle poi ai collezionisti, ricavando un utile non indifferente. Parecchie nostre .grotte sono state completamente distrutte da questi vandali. Devo trovare un modo per proteggere quella sala, per impedire che i vandali distruggano in poco tempo quello che la natura ha costruito nel corso dei millenni. La soluzione più logica è di chiudere i due ingressi con un portello in ferro, come già è stato fatto per altre grotte, e di lasciare le chiavi a persone o enti di fiducia. Per esempio alla Commissione per la Speleologia del C A I di Varallo, per competenza territoriale, e al Gruppo Grotte Novara per diritto di scoperta. Prima di comunicare ai gruppi menzionati la scoperta da me effettuata, condizionandola alla chiusura degli ingressi, voglio pensarci bene. Le conclusioni alle quali arrivo non mi incoraggiano a realizzare la chiusura con portelli. La Grotta della Leggenda è un'autentica miniera d'oro per i vandali delle grotte. Gente senza scrupoli come quella non si fermerà di certo di fronte ad un portello in ferro, per quanto ben costruito possa essere. Ed allora devo trovare un'altra soluzione. Gli esperti di storia affermano che la storia non si ripete, non presenta cioè due volte le stesse situazioni. Per me non è così, già in passato mi trovo nella necessità di impedire a chiunque di venire a conoscenza di quanto scopro in una grotta. In quella circostanza faccio saltare l'ingresso della grotta. La stessa drastica soluzione non è applicabile alla Grotta della Leggenda: non posso, per impedire un saccheggio, fare un disastro. Deve esserci un'altra soluzione. Quando la trovo mi do dello stupido per non averci pensato prima. Raggiungo l'ingresso della Grotta della Leggenda, vi appoggio una lastra di pietra e col paletto vi accumulo terra fino a nasconderlo quasi completamente. Lascio infatti una fenditura per la circolazione dell'aria nell'interno della grotta. Faccio lo stesso lavoro per il secondo ingresso. Nella prossima primavera la vegetazione coprirà i due cumuli di terra completando l'opera di occultamento. Nessuno speleologo per quanto esperto possa essere, per quanto legga attentamente questo racconto, riuscirà mai a scoprire gli ingressi della Grotta della Leggenda, salvo che non sia accompagnato da me. Ma io mi guarderò bene dal farlo. Quella sala riccamente concrezionata con al centro un laghetto apparterrà per sempre alla natura che l'ha creata ed alla leggenda che l'ha fatta conoscere. | ||
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