QUI MONTAGNA

 

 

IL  GUSTO  DELL’ARRAMPICATA

                                                                  

Sicuramente i primi uomini che si sono avventurati sulle alte cime non usavano mezzi tecnici di salita.  La necessità dell’uso di tali attrezzi venne successivamente quando i primi alpinisti  presero d’assalto le cime allora inviolate dell’alta montagna. Il primo attrezzo di sicurezza usato è stata la corda. Legarsi in cordata aveva lo scopo di trattenere la caduta o la scivolata del compagno di gita. In merito,  a quei tempi, si diceva che più numerosi erano i componenti la cordata e più facile era trattenere una  caduta. La successiva generazione di alpinisti continuava a salire le cime ormai conquistate, ma per vie sempre più impegnative. Da qui la necessità di abbandonare le cordate patriarcali di un tempo per fare cordate più snelle di due o tre componenti. Il problema era sempre quello della massima sicurezza personale e di mettersi quindi nelle condizioni di trattenere il volo del compagno di cordata. A questo scopo quando il capocordata saliva faceva passare la corda dietro a spuntoni di roccia per ridurre la profondità di un’eventuale caduta. Ben presto questo artificio diventava insufficiente in relazione al  continuo aumento delle difficoltà delle vie affrontate. L'ideale era quello  di avere dei punti fissi  di sicurezza da mettere in opera a discrezione dell’arrampicatore. Per risolvere il problema gli alpinisti dell’epoca  utilizzavano chiodi a uncino o caviglie che comperavano direttamente in ferramenta. Il problema veniva risolto solo coll’introduzione di chiodi per alpinismo ad anello mobile o fisso, per fessure verticali od orizzontali. Il chiodo doveva essere forgiato in ferro dolce perché solo così entrava nella fessura adattandosi ad essa senza spaccarla. In effetti quando il chiodo veniva piantato emettendo un suono metallico particolare, si diceva che "cantava bene", dava la massima garanzia di sicurezza. L'introduzione del chiodo faceva nascere non poche polemiche sulla purezza dell'arrampicata e sulla profanazione della montagna con il suo utilizzo. Un manuale d’alpinismo pubblicato a metà del 20° secolo affermava:

Ormai gli alpinisti sono tutti d'accordo nel ritenere l’assicurazione con chiodi non solo legittima, ma doverosa, al fine di garantire quanto più possibile l’incolumità della cordata nei passaggi più difficili e rischiosi.

L’uso dei chiodi dovrà essere limitato allo stretto necessario, ed ogni vero alpinista preferirà rinunciare ad una scalata al di sopra delle proprie capacità, piuttosto che forzarla con una poco edificante chiodatura integrale.”

I criteri enunciati erano rigorosamente giusti per quei tempi. Ma intanto gli alpinisti andavano in montagna ad affrontare salite sempre più impegnative. Il capocordata prima di un passaggio difficoltoso piantava un chiodo e vi agganciava la corda con un moschettone. A lungo andare però, a secondo la morfologia della montagna, dopo 5, 6 chiodi l’attrito nei vari moschettoni diventava tale che  la corda stentava a scorrere o non scorreva affatto.  Il problema veniva risolto coll’utilizzo di due corde da passare alternativamente nei chiodi. Questa tecnica di salita prendeva il nome di “salita a forbice”. Nome improprio perché le due corde non dovevano incrociarsi ma essere tenute il più possibile parallele. Un ulteriore perfezionamento della tecnica di arrampicata veniva raggiunto coll’introduzione delle staffe, vere e proprie scalette di corda  che consentivano di superare tratti di parete lisci, senza appigli. Così pure la salita a carrucola. Occorre ricordare che allora si arrampicava con le corde di canapa. L’alpinista doveva quindi procurarsi una corda con la spia rosa ed una con la spia verde per distinguerle nel corso delle manovre. Piantato un chiodo più in alto possibile il capocordata vi agganciava la corda, la rossa ad esempio, ed ordinava al secondo “tira la rossa” facendosi issare di peso fino al chiodo. L'utilizzo del chiodo era possibile dove esistevano fessure adatte per poterlo piantare. In caso contrario l'alpinista non era coperto da una adeguata assicurazione. La successiva introduzione  dei chiodi ad espansione,  degli spit fix e roc da piantare perforando la roccia con un tampone o con un trapano elettrico a batteria, rendeva possibile la sicurezza totale in qualsiasi circostanza. Si raggiungeva, è vero,  il massimo livello di sicurezza personale, però si arrivava ad una situazione assurda e che sollevava non pochi problemi di ordine morale. Rifacendomi alla scala delle difficoltà in uso con la nascita dell’arrampicata tecnica, diventava più pericoloso affrontare un 3°, dove normalmente non si piantavano chiodi, che non un 4°, 5°, 6° superati con chiodature più o meno integrali. Il problema di ordine morale cui accennavo è ancora più complesso. Occorre mettere in primo piano l’assoluta sicurezza personale. Se per ottenerla si rende necessario piantare chiodi, ben vengano i chiodi. Però nello stesso tempo non bisogna perdere il significato dell’alpinismo. Alpinismo significa guadagnarsi la montagna  con la propria forza fisica supportata dall’esperienza, dalla tecnica  di arrampicata, dal ragionamento nella scelta degli appigli e dei passaggi più appropriati. Alpinismo significa avere il piacere di ascendere  guadagnadosi la via appiglio dopo appiglio. Significa avere  il gusto dell’arrampicata: ecco è proprio questo il concetto fondamentale “il gusto dell’arrampicata” . Quali sono i limiti di giusto equilibrio fra le necessità della sicurezza personale ed il gusto dell’arrampicata ?  È difficile stabilirlo, o almeno stabilire un limite eguale per tutti. Anche in questo, caso come in molti altri in alpinismo, ognuno deve regolarsi come ritiene più opportuno in relazione anche alla propria potenzialità tecnica e fisica. L’importante è quello di non perdere mai il gusto dell’arrampicata se si vuole essere veri alpinisti. Grandi arrampicatori del passato, a suo tempo osannati per le imprese da essi portate a termine, sono stati recentemente ridimensionati.  Alcuni sono stati addirittura definiti “muratori”  per il rilevante, e non sempre  giustificato, numero di chiodi da essi utilizzato.  Per contro ci sono vie in montagna che non ammettono altra soluzione se non quella della chiodatura integrale. Una volta, nel mio piccolo, mi sono trovato ad affrontare una via considerata di difficoltà estrema anche se breve. Ho trovato piantati un chiodo ogni 30 centimetri.  La salita è stata portata a termine interamente sulle staffe. Poiché la roccia era perfettamente liscia, non esisteva altra possibilità che quella di chiodare il tutto, sfruttando alcune  fessure esistenti. I primi salitori hanno fatto una fatica rilevante per realizzare  quest'opera, ma per quelli che l'hanno ripetuta è stato solo un gioco acrobatico. Non per niente la famosissima est del Grand Capucin superata in quattro giorni di arrampicata dai primi salitori, è stata successivamente ripetuta in 10 ore  utilizzando i chiodi rimasti in parete. Questo tipo di arrampicata richiede doti fisiche e morali assolutamente eccezionali,  questo è vero ed è un dato di fatto inoppugnabile. Chi la pratica merita la massima considerazione ed il massimo rispetto.  Però è legittimo l'interrogativo:  "l'arrampicata in artificiale è ancora alpinismo ?".  Certamente no perché i canoni fondamentali dell'arrampicata alpinistica, il gusto dell'arrampicata,  non trovano applicazione. Ma questo è solo il mio parere personale di montanaro ligio ai vecchi principi dell'andare in montagna, anche se sono intimamente convinto che siamo in molti a pensarla così.

 
   RITORNO ALLA PRIMA PAGINA                           RITORNO ALL'INDICE DEI RACCONTI