QUI MONTAGNA | ||
IL CAMOSCIO BIANCO
Questa è la storia di un camoscio dal mantello completamente bianco che sarebbe vissuto, a metà del 20° secolo, nel circondario di Alagna in Valsesia e precisamente sulle pendici del Corno di Sofful, della Malfatta e del Corno Bianco. Su di lui peserebbe una maledizione secondo la quale chiunque tenti di catturarlo è destinato a una morte violenta. Ho usato il condizionale perché alcuni pastori, cacciatori di camosci, Guide Alpine, affermano la veridicità della sua esistenza, altri la smentiscono categoricamente. Mi limito quindi ad esporre le informazioni che raccolgo e i fatti come succedono realmente. La prima notizia del camoscio bianco me la fornisce un pastore che incontro nei pascoli a monte di Carcoforo, al mio ritorno da una solitaria escursione al Pizzo Tignaga. Questo pastore mi racconta che un suo lontano cugino dedito alla pastorizia, non solo ma anche al bracconaggio, intercetta sul versante orientale del Corno Grosso, in Val d'Otro, un camoscio dal mantello bianco. L'animale, un maschio di taglia superiore alla media, è bellissimo a vedersi per le sue fattezze. È fermo su una roccia in posizione dominante, sta facendo da sentinella ad un branco, con la sua acutissima vista scruta la montagna attorno. Il bracconiere, benché stupito e affascinato da quella inaspettata apparizione, riesce a portarsi in posizione di tiro e spara al camoscio. Ma questi lo precede, emette una sorta di sibilo e fugge velocissimo verso l'alto seguito dal branco che si disperde sulla montagna. Qualche tempo dopo il bracconiere ritorna sulle pendici del Corno Grosso per intercettare il branco seguendone le tracce. Mentre si inerpica in un ripido canalone cade trovandovi la morte. Passano alcuni anni. Un giorno di fine luglio, a pomeriggio inoltrato, Liza, Riccardo ed io raggiungiamo la Capanna Margherita dopo aver fatto una via impegnativa sul versante valsesiano del Monte Rosa. Il rifugio è stranamente deserto: non ci sono alpinisti di passaggio. Anche la Guida Alpina di Gressoney che gestisce il rifugio è da solo, il suo compagno abituale è sceso momentaneamente alla Capanna Gnifetti, forse è per questo che siamo accolti come una liberazione. Alla sera siamo a tavola assieme. Il discorso cade sulle montagne: la Guida ci chiede ragguagli sulla via che abbiamo appena portato a termine. Noi chiediamo informazioni su un crestone alla Dufour che ci interessa tentare nella giornata di domani. La Guida è anche un cacciatore di camosci. Mi torna alla mente il racconto del camoscio bianco del pastore di Carcoforo. Non posso fare a meno di chiedergli se l'ha visto o se ne ha sentito parlare. La Guida resta indeciso, poi mi racconta un fatto accaduto poco prima della seconda guerra mondiale, anche se non è molto convinto della sua attendibilità. Due giovani bracconieri di Gressoney si appostano fra le rocce della Malfatta, in una zona di abituale passaggio di camosci, e restano in attesa che qualche esemplare venga loro a tiro. Improvvisamente vedono arrivare uno splendido animale di taglia superiore alla media, il suo mantello è interamente bianco, è alla guida di un numeroso branco che lo segue a distanza. Il camoscio va diritto verso di loro, i due bracconieri caricano i fucili e prendono la mira, manca poco perché l'animale sia a distanza utile di tiro. Ma il camoscio bianco si ferma, ha la sensazione del pericolo incombente. Ritorna sui suoi passi raggiungendo il branco. I camosci si sparpagliano sulla montagna mettendosi al riparo dietro ad anfratti rocciosi. Il camoscio bianco invece riprende la sua strada, cammina lento e con circospezione. Si ferma di nuovo, retrocede di qualche passo. Appare intenzionato a rientrare nel branco per scegliere un'altra strada. I due bracconieri non hanno più esitazioni puntano l'arma e sparano colpi in rapida successione. Il camoscio bianco schizza via velocissimo seguito dai suoi che, rimontano alcuni ripidi pendii, accedono a rocce in posizione sicura e irraggiungibile. Chiedo alla Guida di Gressoney di conoscere i due bracconieri per avere una testimonianza diretta sull'esistenza del camoscio bianco. La Guida mi risponde che è impossibile perché i due muoiono nei primi mesi di guerra sul fronte francese. Negli anni successivi ritorno nel Monte Rosa a fare diverse ascensioni. Ho modo di conoscere quasi tutte le Guide Alpine di Alagna. Alcuni di essi sono anche cacciatori di camosci e sui camosci sanno tutto. Conoscono il numero dei branchi, la loro consistenza, i pascoli abituali e le vie seguite nei loro spostamenti. Nessuno di loro ha mai ne visto ne sentito parlare del camoscio bianco. Durante la guerra i cacciatori diventano bracconieri per necessità di sopravvivenza. Di giorno salgono le montagne a caccia, da quegli esperti che sono la preda è sicura. Per non farsi scoprire aspettano che venga buio prima di scendere a valle col camoscio a spalla e raggiungere Alagna attraverso l'alveo del Sesia. Dopo la guerra con le nuove regolamentazioni la caccia al camoscio cambia aspetto. Viene allora adottata una tecnica particolare. Tre cacciatori si accordano: due armati di fucile vanno alla sommità di una canalone recesso da camosci, il terzo, con un cane, va alla base dello stesso canalone. All'ora preventivamente concordata il cane, lasciato libero, rimonta il canalone e raggiunge i camosci abbaiando furiosamente. Spaventati da tanto chiasso i camosci, come è nel loro istinto, fuggono verso l'alto del canalone finendo sotto al tiro dei due cacciatori ivi appostati. A lungo andare questa tecnica di caccia non funziona più. I camosci imparano la lezione: quando il cane li raggiunge abbaiando vanno ad accovacciarsi fra bassi cespugli di rododendri o fra rocce sicure dove restano immobili, anche se il cane si avvicina a pochi metri. Secondo gli esperti il camoscio non è un animale da montagna, ma ha dovuto rifugiarsi sui monti per sfuggire alla caccia dell'uomo. Da qui il suo istinto di scappare verso l'alto in caso di pericolo. Durante la prima guerra mondiale, quando tutti gli uomini sono alle armi, alcuni branchi, non più cacciati, scendono in pianura. Si racconta di avvistamenti di camosci nell'attuale Parco del Ticino. Dopo alcuni anni ritorno sul versante valsesiano del Monte Rosa per un giro fotografico di parecchi giorni. Sono accompagnato da Felice, una Guida esperta ed un, altrettanto esperto, cacciatore di camosci. Andiamo su per l'Alpe Vigne e il Rifugio Resegotti. Ci spostiamo poi alla Capanna Gugliermina. Successivamente ci inoltriamo fra le rocce della Malfatta. Mentre io scatto fotografie alle montagne, ai fiori e a quanto di interessante mi capita a tiro, Felice, con un potente cannocchiale, scruta in continuazione la montagna alla ricerca di camosci o delle loro tracce. Siamo sulle pendici della Malfatta quando Felice mi racconta di aver intercettato, proprio in questo posto, un camoscio di taglia superiore alla media. La sua andatura è lenta, non fa parte di un branco. È evidente trattarsi di un esemplare anziano che sta passando in solitudine i suoi ultimi anni di vita. Il primo impulso di Felice è di lasciarlo al suo destino, ma poi l'istinto del cacciatore, la smania della predazione hanno il sopravvento: imbracciata l'arma spara al camoscio. Questi si accascia al suolo, rotola lungo un pendio erboso fermandosi dove la pendenza diminuisce. Annaspando nell'erba con gli zoccoli il camoscio riesce a mettersi in piedi, zoppicando dalla zampa anteriore sinistra incomincia la sua fuga verso l'alto. La sua andatura, infastidita dalla zampa ferita, è lenta per essere quella di un camoscio. Tuttavia guadagna quota rapidamente. Rimonta lo sperone roccioso dove sorge in Rifugio Gugliermina portandosi alla base della Punta Parrot. Senza un attimo di sosta o di indecisione affronta la Via degli Italiani raggiungendo le Rocce di Ellermann a oltre 4.000 metri di quota. Qui sparisce alla vista sconfinando sul versante svizzero del Monte Rosa. Alla fine del suo racconto Felice mi appare mortificato per aver mancato un colpo facile da distanza ravvicinata. Quando gli chiedo se per lui perdere una preda è importante mi risponde affermativamente: quel camoscio aveva il mantello interamente bianco. Qualche anno dopo Felice, mentre partecipa ad una operazione di recupero di un alpinista caduto in un crepaccio, cade a sua volta in un crepaccio trovandovi la morte. La maledizione che pesa sul camoscio bianco si è ancora avverata. Questi sono i fatti. Personalmente non ritengo di dover dubitare del racconto di Felice, però, nonostante questo, mi restano parecchi interrogativi sul camoscio bianco. Gli anni trascorsi sono tanti ed hanno cancellato tutto: quegli interrogativi non troveranno mai una risposta.
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