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QUI
MONTAGNA |
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NORDWAND
La terribile parete nord dell'Eiger |
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Prima
salita 19 - 21 luglio 1938,
via tracciata
dalle cordate
Anderl Heckmair, Wiggerl W4rg
e Fritz Kasparek, Heinrich Harrer |
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Nel luglio del 1938 due cordate Anderl Heckmair, Wiggerl Wörg, di
Monaco e Fritz Kasparek, Heinrich Harrer di Vienna si apprestano ad
attaccare la Nordwand. Le due cordate sono al corrente delle
reciproche intenzioni. Il 19 luglio Heckmair e Wörg attaccano la
parete. Provvisti di ramponi 12 punte salgono velocemente. Ad un
anfratto denominato “Buco bagnato”, che offre un buon riparo per un
bivacco, trovano due sacchi da montagna: sono di Kasparek e Harrer.
È qui che bivaccano e che il giorno dopo sono raggiunti da Kasparek
e Harrer e da altri due austriaci Fraissl e Brankowsky. Tre cordate
sulla Nordwand sono troppe, finirebbero per ostacolarsi a vicenda
rallentando la progressione e restando in questo nodo più esposti al
pericolo di caduta di sassi e slavine. I due bavaresi rinunciano
alla salita e scendono alla loro base. Da Alpiglen Heckmair e Wörg
osservano con un potente cannocchiale la salita delle due cordate
rimaste in parete. Improvvisamente si accorgono che in parete c’è
una sola cordata. Immediata è la decisione di ritornare all’attacco
della parete. I due salgono velocemente sfruttando i gradini scavati
sui nevai dai viennesi. Una corda in opera consente di superare in
scioltezza la difficilissima traversata di Hinterstoisser.
L’utilizzo dei ramponi 12 punte permette loro di salire velocemente
i nevai. Al secondo nevaio intravedono la cordata dei viennesi che
li precede. Nella fascia rocciosa fra il secondo e terzo nevaio le
due cordate si congiungono. Ci sono momenti di tensione fra le due
cordate: i viennesi per la delusione di essere stati raggiunti, i
bavaresi per la voglia di procedere da soli. Poi prevale la ragione:
i quattro decidono di procedere assieme. Heckmair e Wörg procedono
per primi seguiti da Kasparek e Harrer, quest’ultimo chiude il
gruppo e recupera il materiale. I quattro raggiungono il margine
superiore del terzo nevaio. Piegando sulla sinistra attaccano e
rimontano un ripida rampa. Sono ormai molto alti sulla parete, mai
nessuno prima di loro è arrivato a questo punto. Qui bivaccano in
condizioni relativamente buone. Il giorno dopo riprendono ad
arrampicare, Heckmair è sempre davanti. Nei punti critici i quattro
formano un’unica cordata. Un passaggio li impegna severamente si
tratta di una cengia inclinata da percorrere con delicatissimo gioco
di equilibrio. La cengia verrà poi denominata “Traversata degli dei”
. Le due cordate si separano per superare un nevaio “Il ragno
bianco” esposto a caduta di sassi e di slavine. Improvvisamente il
tempo si mette al brutto, i quattro sono in balia degli elementi
scatenati. Heckmair e Wörg riescono a resistere ad una valanga che
li investe. Solo nel tardo pomeriggio gli elementi si placano
consentendo agli scalatori di riprendere a salire. Un piccola cengia
in posizione protetta li accoglie per un secondo bivacco, terzo per
i viennesi. Il giorno dopo riprendono ad arrampicare, Heckmair è
sempre davanti, affronta passaggi al limite su rocce coperte da
neve. Una valanga cade dall’alto nella loro direzione ma viene
fortunatamente deviata da un saliente roccioso. In un colatoio di
ghiaccio sono investiti da una nuova valanga, gli scalatori si fanno
scudo con gli zaini sulla testa per ripararsi da sassi che però la
neve non contiene. Di nuovo Heckmair riparte, in un tratto di
ghiaccio viscido si stacca dalla parete e cade. La fortuna assiste
nuovamente gli scalatori: Heckmair viene trattenuto, il volo si
riduce a pochi metri. Ripresosi lo scalatore bavarese riparte
all’attacco. Una nuova valanga investe gli scalatori che resistono
anche a questa. Ha ripreso a nevicare in modo sempre più fitto.
Superando un ultimo colatoio su rocce impegnative pervengono alla
cresta di neve adducente alla vetta. Nebbia e nevischio ostacolano
la progressione. I quattro si accorgono di essere in vetta solo
quando vedono i pendii nevosi in discesa da ogni lato.
Questo è solo un riassunto di quella salita: quel tanto che basta
per documentare i frettolosi navigatori in internet. La lettura
completa della relazione, come è stata riportata da parecchie
pubblicazioni, mette in evidenza l’eccezionale preparazione tecnica
e fisica, nonché la grande determinazione, sia pure sostenuta da un
pizzico di fortuna, dei quattro arrampicatori.
Anderl Heckmair, Wiggerl Wörg e Fritz Kasparek, Heinrich Harrer
hanno scritto una pagina memorabile nella storia dell’alpinismo, una
pagina inutile per chi è fuori dall’ambiente montagna.
L’anno successivo la sete di potere, gli interessi economici di
menti insane e perverse scatenavano l’inferno che è costato agli
europei parecchie decine di milioni di morti.
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Kleine Scheidegg – parete
nord dell’Eiger
La Kleine Scheidegg
è situata ai piedi della triade Eiger, Mönch e Jungfrau e subisce il
fascino della parete nord dell’Eiger. Da qui è possibile, con un
buon binocolo, osservare gli alpinisti in arrampicata sulla Nordwand.
È per questo che, specialmente negli ani 30, le pagine di storia
che gli alpinisti hanno scritto sulla parete hanno sempre avuto
grande risonanza sui giornali e alla radio.
I
migliori, i più forti, i più coraggiosi si sono cimentati con la
terribile parete, tante sono le storie di successi, di dolorose
rinunce, di tragedie che sono state scritte.
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Equipaggiamento anni 30
La fotografia rappresenta due alpinisti sui ghiaioni alla base della
parete nord dell’Eiger negli anni 30. In quegli anni
l’equipaggiamento di un arrampicatore prevedeva cappello a larghe
tese con sottogola, giubbotto in panno, calzoni alla zuava
relativamente ampi, ghette da neve fino al ginocchio, ai piedi
scarponi in cuoio con suola chiodata. Nell’arrampicata su roccia gli
scarponi venivano sostituiti da pedule di arrampicata. Messi nel
sacco da montagna venivano riutilizzati nell’arrampicata su neve. Il
sacco da montagna era largo e con tasche esterne. La corda era di
canapa da 40 metri di lunghezza, diametro 14 millimetri. Nelle
salite miste la corda di canapa a contatto con la neve assorbiva
acqua diventando rigida al punto da renderne problematico l’uso. La
piccozza era alta, veniva misurata al cavallo della gamba
dell’alpinista, il manico in legno di frassino, becco, paletto e
puntale fissati al manico con tondini ribattuti e a filo. I ramponi
in ferraccio qualsiasi erano a 10 punte, il 12 punte faceva allora
la sua prima comparsa. Il fissaggio alla suola era con cinghia di
canapa che faceva più volte il giro attorno allo scarpone e agli
anelli di fissaggio dei ramponi. Completavano l’equipaggiamento
guanti, occhiali, martello e chiodi da roccia e da ghiaccio,
moschettoni. Col materiale elencato gli arrampicatori degli anni 30
affrontavano la nord dell’Eiger, come del resto altre vie egualmente
impegnative, diventate poi famose nella storia dell’alpinismo.
Vedere il racconto
“A pensaci adesso fa paura” (cliccare sul titolo
per accedervi). |
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IL MIO PARERE
Molti anni fa, quando in montagna si usano le prime corde di nylon,
con un mio compagno di cordata faccio un assaggio sulla parete nord
dell’Eiger: alcuni tiri di corda tanto per vedere com’è. Anche se
superiamo i passaggi che ci stanno di fronte, ci rendiamo conto che
non abbiamo la potenzialità per affrontare l’intera parete. Con una
lunga e severa preparazione potremmo acquisire le capacità tecniche
e fisiche indispensabili per una via così impegnativa e così lunga:
dall’attacco alla cima sono 1800 metri di dislivello. Però non è
solo questo quello che serve: occorre molta fortuna per uscire
indenni dal pericolo di caduta di sassi, di frane e di slavine. A
questo occorre aggiungere le mutevoli e improvvise condizioni del
tempo che scatena furiosi temporali o tormente, aggravando le
condizioni della montagna rendendo problematica, se non addirittura
impossibile, la progressione. In condizioni normali le difficoltà
si susseguono senza respiro in un modo esasperante, per affrontarle
mi sento addosso uno stato di continua tensione nervosa. È come se
la montagna mi stringesse in un soffocante abbraccio mortale e per
me questo è inaccettabile. Nei momenti che passo impegnato dalle
difficoltà del Nordwand penso alle salite fatte nel Monte Rosa, come
la Cresta Signal, la sud del Lyskamm, salite che si risolvono
nell’arco della giornata, fatte in tutta tranquillità, dove fra un
tiro di corda e l’altro è possibile fermarsi per gustare le montagne
attorno. Questo per me è il modo più attraente per andare in
montagna. Ammiro moltissimo quelli che hanno le capacità tecniche,
la forza fisica e il coraggio per affrontare la nord dell’Eiger. In
montagna non ci sono solo loro che implicitamente ne fanno la
storia. Ma a fare l’alpinismo ci sono anche quelli come me. Questo è
solo il mio parere che non fa testo, non lo ha mai fatto, ne in
montagna ne altrove. |
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18 luglio 1936
Questa è la storia di Edi Rainer e Willi Angerer
austriaci di Hinnsbruk; Andreas Hinterstoisser e Toni Kurz bavaresi
di Berchtesgaden, tutti al di sotto dei 30 anni. Sono alpinisti
fortissimi, hanno tutto per riuscire, ma
vengono stroncati da vicende che non riescono a dominare, ma che
affrontano con cameratismo e grande determinazione fino alle estreme
conseguenza.
Le due cordate sono al corrente della reciproca intenzione di
tentare la Nordwand. La notte
del 18 luglio 1936
attaccano
separatamente la parete, si incontrano ai primi nevai per
continuare assieme la salita.
Il primo passaggio impegnativo lo incontrano nella traversata di una
placca liscia strapiombante con scarsi appigli. È Hinterstoisser che
con grande abilità riesce a superare l’impegnativo ostacolo. Gli
altri passano assicurati alla corda tesa attraverso l’ostacolo che
viene sfilata dopo il passaggio dell’ultimo. In questo modo resta
preclusa la possibilità di riattraversare agevolmente l’impegnativo
passaggio in caso di ritirata. I quattro che procedono in due
cordate separate raggiungono il primo ed il secondo nevaio.
Col sopraggiungere dello sgelo delle prime ore pomeridiane la
montagna incomincia a scaricare. Willi Angerer viene colpito da un
sasso alla testa. Il compagno di cordata Edi Rainer gli presta le
prime cure, ma Angerer è stordito, si muove lentamente e necessita
di assistenza continua.
I quattro si riuniscono per il loro primo bivacco, a questo punto
sono già oltre la metà della parete. Il giorno successivo riprendono
a salire il secondo nevaio. Hinterstoisser è sempre davanti, ma la
loro progressione è lenta a causa di Angerer in serie difficoltà.
Nel secondo giorno di arrampicata riescono a superare solo 200 metri
di dislivello. È evidente che così lenti difficilmente riusciranno a
raggiungere la cima. Devono bivaccare nuovamente.
Al terzo giorno Angerer appare sfinito, non in grado di procedere.
Le alternative che si presentano per uscirne sono: lasciare Edi
Rainer e Willi Angerer in una pozione sicura mentre Andreas
Hinterstoisser e Toni Kurz salgono alla cima per poi chiamare i
soccorsi. Oppure ridiscendere la parete fino all’attacco. I quattro
optano per questa soluzione.
Nel corso della giornata riescono a scendere di soli 300 metri: per
raggiungere la base della parete ne mancano 800. Si rende necessario
affrontare un nuovo bivacco: il terzo.
Il giorno successivo (21 luglio) scendono il primo nevaio,
raggiungono la placca da superare in traversata, oltre la quale la
discesa è più agevole e sicura.
Il tempo è brutto la montagna riversa nevischio sugli alpinisti, la
placca è coperta da vetrato. I tentativi di attraversarla risultano
inutili.
La montagna ha intrappolato gli alpinisti, non resta altra
alternativa che scendere in verticale a corda doppia. Ma questo
comporta passare in un colatoio dove convergono tutte le scariche di
sassi e ghiaccio che cadono dall’alto.
Nel frattempo Albert von Allmen, guida alpina e cantoniere del
trenino della Jungfrau, sale ad una apertura della galleria della
ferrovia che si affaccia sulla parete dell’Eiger. Da qui chiama alla
voce gli alpinisti che stanno scendendo e ne ottiene una
rassicurante risposta. Dopo poco più di un’ora von Allmen sente un
urlo disperato di aiuto. È Toni Kurz appeso ad una corda nel vuoto.
I suoi compagni sono tutti morti travolti da una valanga di neve e
ghiaccio, lui è l’unico superstite.
Von Allmen chiama immediatamente soccorso col telefono di servizio
della galleria ferroviaria. Arrivano alcune guide che tentano
inutilmente di raggiungere Toni Kurz rimontando una fessura che, a
causa del continuo nevischio, si è riempita di ghiaccio diventando
impraticabile.
L’operazione di recupero viene ripresa il mattino successivo da
parte di quattro guide svizzere: Toni Kurz è ancora vivo e lucido.
Le guide, con una risalita impegnativa, riesco ad avvicinarsi a Kurz
e tentano inutilmente di lanciargli una corda. Una guida suggerisce
a Kurz di recuperare la corda che lo unisce ancora ad Angerer,
sfilarne i trefoli in modo da ricavare un lungo cordino da calare
alle guide. Kurz con la piccozza recide la corda che lo lega ad
Angerer il cui corpo, non più trattenuto, precipita fino alla base
della parete.
Sostenendo sforzi inauditi Kurz, che fra l’altro ha una mano
congelata, riesce a calare il cordino alle guide e a recuperare
materiale tecnico, generi di conforto e una corda di calata. Con
questa Kurz inizia a scendere lentamente. A pochi metri dai suoi
soccorritori, quando ormai può ritenersi in salvo, la corda si
blocca di colpo: un nodo che unisce le corde non passa dal
moschettone di calata. Kurz si agita disperatamente, tenta in ogni
modo di svincolarsi, impreca, poi reclina il capo in avanti: muore
di sfinimento.
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