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LA
SCALA DI MONACO
Già verso la fine del 19° secolo sorgeva
la necessità, per le guide che descrivevano itinerari
alpinistici, di fare una valutazione generica delle
difficoltà e dell'impegno che l'alpinista doveva
affrontare nelle singole gite.
In linea generale i criteri di valutazione delle
difficoltà possono tener conto delle condizioni globali
di una salita (lunghezza, quota, ghiacciai, rischio,
eccetera..), oppure della sola difficoltà tecnica dei
passaggi su roccia.
Nasceva in quegli anni una scala di difficoltà adottata
da molte guide che classificava in questo modo le salite
in montagna:
elementare:
salite alla portata di chiunque
facile:
salite alla portata di chi ha già un minimo di pratica
di montagna
media
difficoltà:
riservate ad alpinisti di medie capacità ed esperienza
difficile:
riservate ad alpinisti esperti. In quest'ultima
categoria venivano classificate anche le imprese più
ardue al limite delle possibilità espresse dagli
alpinisti in quegli anni.
Nel 1926 l'alpinista tedesco Willy Welzembach ideava una
scala che teneva conto della sola difficoltà tecnica su
roccia, ben più differenziata della precedente, e che
veniva rapidamente adottata in alpinismo. La scala, che
prendeva anche il nome di scala di Monaco, era la
seguente:
1° facile
2° media difficoltà
3° difficile
4° molto difficile
5° oltremodo difficile
6° estremamente difficile
I termini molto, oltremodo, estremamente difficile non
erano sufficientemente esplicativi. I sostenitori della
scala di Monaco davano quindi più ampie spiegazioni ed
esempi sulla scala stessa:
1° facile.
Non è necessario legarsi in cordata. Si incontrano
passaggi che esigono l'uso delle mani per procedere,
gli appigli e gli appoggi sono abbondanti e comodi e non
impegnano eccessivamente. Tipici esempi di primo grado
sono la salita alla Grigna meridionale per il Canalone
Porta, la normale della Presolana, le vie che portano
alle più alte vette delle Dolomiti.
2° media
difficoltà.
È necessario legarsi in cordata. La montagna incomincia
a farsi rispettare impegnando il capocordata che deve
possedere buoni requisiti per superare le difficoltà e
farle superare dai compagni. Gli ostacoli aumentano. Gli
appigli sono ancora abbondanti, ma meno comodi.
Classiche vie sono le normali del Pizzo Badile, della
Croda del Lago, del Sassolungo, dell'Aiguille Noire di
Pétéret, della Cima Grande di Lavaredo.
3°
difficile.
La montagna resiste duramente, le vie sono solo per
arrampicatori, anche se non richiedono ancora l'uso di
mezzi artificiali di assicurazione. La verticalità e
l'esposizione cominciano a farsi sentire. Gli appigli
sono scarsi e piccoli. In discesa è frequente l'uso
della corda doppia. Di terzo sono la normale italiana al
Cervino, la Torre Stabeler nel gruppo del Vajolet, lo
spigolo est del Cengalo, lo spigolo nord-ovest del Cimon
della Pala, la Punta Grohoman.
4° molto
difficile.
Termina l'arrampicata libera senza l'uso di mezzi
artificiali. Lo scalatore sente la necessità di
impiegare i chiodi per assicurarsi. I passaggi sono
verticali, esposti e poveri di appigli. Spesso bisogna
salire per adesione o opposizione sfruttando la tecnica
più raffinata. La discesa avviene per lunghi tratti a
corda doppia. Esempi di quarto sono: l'Aiguille du
Grépon nel Monte Bianco, lo spigolo nord del Pizzo
Badile, la normale del Campanile Basso di Brenta.
5°
oltremodo difficile.
Impossibile senza mezzi artificiali di salita. I chiodi
sono indispensabili non solo per l'assicurazione, ma per
salire. Gli arrampicatori impiegano due corde. Le pareti
per lunghi tratti sono a piombo, espostissime, gli
appigli rarissimi. Le ascensioni, tutte di primo ordine,
sono riservati ad arrampicatori con doti non comuni e
ben addestrati. Esempi tipici di questo grado sono la
via Simon sulla Parete nord del Pelmo, le vie tracciate
da Solleder sulla parete nord-ovest della Civetta e del
Saas Maor.
6°
estremamente difficile.
Segnano il limite delle possibilità umane. Se pochi sono
gli arrampicatori che possono affrontare il precedente
grado a pochissimi, un'elite insomma, è riservato il
sesto. I sestogradisti sono più acrobati che
arrampicatori, uomini dai nervi saldissimi che salgono
sfruttando ogni risorsa fisica. L'arrampicata si svolge
con mezzi artificiali impiegando numerosi chiodi e
staffe e ricorrendo a complicate manovre di corda. Al
sesto appartengono, per citare le più note, la via
Comici - Dimai sulla parete nord della Cima Grande di
Lavaredo, le vie di Cassin sulla parete nord delle
Grandes Jorasses e sulla parete nord-est del Badile.
Il successivo perfezionamento dei mezzi
tecnici, consentiva agli arrampicatori di superare
difficoltà prima impensabili stravolgendo completamente
i valori espressi dalla scala di Monaco. I suoi sei
gradi di difficoltà, che rimanevano in auge per circa
quarant'anni, hanno ormai un valore storico.
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VALUTAZIONE ATTUALE DELLE DIFFICOLTÀ IN MONTAGNA
Þ
DIFFICOLTÀ ESCURSIONISTICHE
T = turistico, percorso su sterrati, mulattiere, comodi
sentieri
E = escursionistico, itinerario su sentieri,
tracce di passaggio, nevai residui, passaggi su
tratti rocciosi brevi facili e non esposti.
Consigliata carta topografica e mezzi tecnici di
orientamento
EE = escursionisti esperti, itinerario su
sentieri scoscesi, terreno impervio, nevai, passaggi
su roccia tecnicamente non impegnativi. Necessaria
carta topografica e mezzi tecnici di orientamento.
EEA= escursionisti esperti con attrezzatura
alpinistica per il superamento di passaggi
attrezzati, di vie ferrate.
Þ
DIFFICOLTÀ ALPINISTICHE
Le difficoltà in alpinismo vengono valutate secondo tre parametri:
á
arrampicata libera, quando nei tiri di corda
non vengono usati mezzi tecnici di assicurazione fra
un punto di sosta e l’altro
á
arrampicata artificiale, quando nella
progressione si rende necessario l’uso di mezzi
artificiali quali chiodi, cordini staffe o altro
á
valutazione d’insieme, viene valutato
complessivamente il livello tecnico e l’impegno
richiesto in una salita.
á
arrampicata libera
1°grado: richiede l’uso frequente delle mani per mantenere
l’equilibrio
2°grado: appigli e appoggi sono abbondanti, però è
richiesta una corretta impostazione del corpo e
coordinamento nei movimenti
3°grado: roccia ripida o verticale con appoggi e
appigli più rari.
4°grado: appoggi e appigli abbastanza radi ed
esigui, presenza di camini, fessure, spigoli.
5°grado: arrampicata delicata su appoggi e appigli
decisamente rari ed esigui, arrampicata in
contrapposizione in fessure e camini
6°grado: arrampicata delicatissima con movimenti da studiare
accuratamente per sfruttare al meglio appigli e
appoggi esigui. Indispensabile un allenamento
specifico e molta forza nelle braccia e nelle mani
7°grado: prossimo al limite delle possibilità, è
richiesto allenamento specifico, grande equilibrio e
forza nelle dita nella presa dell’appiglio.
Dal 7°grado al 10°grado aumento delle difficoltà
fino al limite delle possibilità umane.
á
arrampicata artificiale
A0: i passaggi sono prevalentemente in arrampicata libera, uso di
chiodi di assicurazione intermedia nel tiro di corda
A1: maggior uso di chiodi di assicurazione
intermedia, e uso di alcune staffe
A2: difficoltà nell’utilizzo di mezzi artificiali
per la qualità della roccia, utilizzo di più staffe
A3: maggiori difficoltà nell’uso di mezzi tecnici di
assicurazione presenza di strapiombi pronunciati e
di tetti
A4: precarietà dei mezzi tecnici di assicurazione
che non sempre sono in grado di garantire la
sicurezza della cordata, progressione estremamente
delicata.
á
valutazione d’insieme
F = facile
PD = poco difficile
AD = abbastanza difficile
D = difficile
TD = molto difficile
ED = estremamente difficile
EX = eccezionalmente difficile |
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IL MIO PARERE
Esprimo il mio parere personale di alpinista in pensione.
Attualmente sono uno speleologo di nome e un
bikerman di fatto (per usare un linguaggio più
semplice bikerman = ciclo-ecursionista).
Arrampicata libera: voglio proprio vedere se ci
sono capicordata che arrampicano oltre il 3° grado
senza piantare chiodi. Io non lo farei e neanche ai
miei tempi lo facevo. In caso di caduta il
capocordata farebbe comunque un volo a fattore 2,
con uno strappo all’arresto mediamente di 9 kN,
cioè di 900 Kg forza. Però se il capocordata pianta
un chiodo intermedio cadrebbe nella classificazione
delle difficoltà arrampicata artificiale
anche se non usa staffe e se usa un solo chiodo.
Tutto sommato è più conveniente usare la
valutazione d’insieme applicando la difficoltà
in gradi ai singoli passaggi. Questo è solo il mio
parere personale derivante dalle esperienze che ho
fatto in alpinismo. Se da parte dei visitatori del
sito ci sono pareri diversi va bene discutiamone
tranquillamente come si farebbe fra compagni di
cordata.
stefanotorri@jumpy.it
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