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Il Corno Stainer (4360) è situato nel Gruppo del
Monte Rosa, punte centrali, e più propriamente
fra il Colle delle Piode (4285) e la Punta
Parrot (4436). Visto dal Colle del Lys è un
rilievo poco evidente. Non sono pochi gli
alpinisti che ne ignorano la denominazione. Sul
versante valsesiano invece lancia un bellissimo
ed arditissimo crestone, denominato “crestone
degli dei” che parte da quota 3680 sul
Ghiacciaio delle Piode per raggiungere la cima
con un salto di 680 metri.
Il primo tentativo di salita è stato effettuato
il 31 agosto 1874 da F.P. Barlow, G.W. Prothero
con due guide rimaste famose nella storia
dell’alpinismo: J.A. Carrel rivale di Whymper
nella conquista del Cervino e Peter Togwalder
che 9 anni prima partecipò, col padre, alla
prima salita di Whymper al Cervino. La comitiva
riuscì a rimontare i primi 50 metri di rocce
articolate, dopo di che si trovò di fronte a
rocce verticali. Per primo tentò Togwalder di
superarle, ma ogni suo tentativo fu vano. Carrel
tentò a sua volta senza riuscirvi. Dalla rabbia
la guida di Cervinia si lasciò scappare
un’imprecazione seguita da “solo gli dei possono
andare su di qui”. È da questa frase che il
crestone del Corno Stainer prese il nome di
“crestone degli dei”.
Diciassette anni dopo, il 27 agosto 1891 Guido
Rey, affascinato dal crestone, con
l’inseparabile compagno di cordata Vaccarone e
le guide Daniele e Antonio Maquignaz, effettuò
il secondo tentativo. Da quanto risulta dalle
cronache Rey non era al corrente del precedente
tentativo. Raggiunto il punto dove Carrel e
Togwalder furono costretti alla ritirata, Rey
riuscì a procedere oltre superando rocce
verticali e con piccoli, ma sicuri appigli. Fu
però fermato da un lastrone con appigli piccoli
e spioventi da non poter essere sfruttati per
l’arrampicata. Da qui la sua affermazione
dell’impossibilità di raggiungere il Corno
Stainer per il suo crestone meridionale. È
probabilmente per questa valutazione che il
“crestone degli dei” fu ignorato dagli alpinisti
per ben 32 anni.
Il 20 agosto 1923 Gianni Albertini e Sergio
Matteoda, nel corso del loro tentativo, che
sarebbe quindi il terzo, superarono il lastrone
che aveva fermato Rey, ma a loro volta, a quota
3810, furono fermati da un lastrone verticale
senza appigli e senza fessure per piantare i
chiodi.
Quando parlo con Riccardo del “crestone degli
dei” il mio compagno di cordata ne resta
talmente interessato che mi propone di andarlo a
tentare. Facciamo alcune uscite alla Punta
Giordani e ai Corni di Stofful e d’Olen per
fotografare il crestone da diversi punti di
vista e con diverse incidenze di sole.
Osserviamo anche attentamente il crestone con un
potente binocolo. Da questo esame la parte
centrale risulterebbe la più impegnativa perché
costituita da una serie di lastroni
apparentemente lisci. A lavoro completato ci
sentiamo pronti per il grande tentativo. |
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10 luglio 1951 – Prima ascensione al Crono Stainer (4360), Gruppo Monte Rosa, per il
“crestone degli dei”, Riccardo Roncaglia, Liza
Tobler e
Stefano Torri.
È ancora buio quando Riccardo, Liza ed io
lasciamo la Capanna Valsesia (ora Rifugio
Guglielmina). Rimontiamo le rocce su cui sorge
il rifugio ed attraversiamo il ramo più
orientale del Ghiacciaio delle Piode. In poco
più di un’ora siano all’attacco del crestone.
Riccardo, che fa da capo cordata, si lega al
centro della corda da 40 metri, per poi
assicurare dall’alto Liza e me che dobbiamo
salire contemporaneamente. Abbiamo con noi una
seconda corda da 40 metri, qualche staffa e
molti chiodi. Iniziamo la salita su rocce
articolate senza particolari difficoltà.
Incomincia a far chiaro, le rocce sono fredde
tanto che da fastidio metterci sopra le mani.
Dopo circa tre tiri di corda incominciano le
prime difficoltà. Le rocce sono verticali ma con
appigli abbondanti e sicuri anche se piccoli.
Arrampicarsi su questo tratto di crestone è
veramente divertente. Ancora tre tiri di corda
ed arriviamo in un punto da dove,
presumibilmente, Guido Rey è stato costretto a
battere in ritirata. Siamo su un terrazzino che
costituisce un ottimo punto di sosta. Di fronte
a noi un lastrone leggermente appoggiato, ma con
appigli piccoli e spioventi. Vista la necessità
di usare chiodi come sicurezza Riccardo chiede
l’intera lunghezza di corda. Utilizziamo quindi
la seconda corda da 40 metri per legare Liza.
Pianto un chiodo molto sicuro perché canta che è
una meraviglia. Riccardo inizia ad arrampicare,
lo vedo impegnato in un delicato gioco di
equilibrio sugli appigli. In un punto meno
impegnativo si ferma per piantare un chiodo
rompitratta. Riprende quindi a salire
raggiungendo la sommità del lastrone.
“Com’è su di li” gli chiedo gridando.
“La vedo male, comunque venite su tutti e due “.
Prima io, poi Liza raggiungiamo Riccardo. Da
qui la vedo male anch’io. Di fronte a noi un
lastrone verticale, senza appigli e senza
fessure dove piantare chiodi. L’unica
possibilità di continuare la salita è
rappresentata da una cengia che sale
diagonalmente verso destra, però il suo
superamento sembra tutt’altro che facile.
Riccardo mi chiede una sicurezza di ferro, poi
inizia a salire lungo la cengia. Non è facile
perché lo vedo avanzare cercando ripetutamente
gli appigli che scarseggiano. Ogni tanto si
lascia scappare qualche imprecazione, che subito
cerca di soffocare, perché la nostra compagna di
cordata Liza non vuole sentirci dire parolacce,
che considera non consone con l’etica
alpinistica. Vedo Riccardo sparire dietro ad
una quinta rocciosa. La corda però scorre
regolarmente nel moschettone di sicurezza. Sento
il rumore di un martello che batte sul chiodo,
dopo attimi che mi sembrano interminabili
Riccardo mi dice di raggiungerlo. In effetti il
superamento della cengia non è facile. Quando
siamo di nuovo riuniti facciamo il punto sulla
situazione. Lungo la cengia abbiamo lasciato dei
chiodi per garantirci la via di un’eventuale
ritirata. Di fronte a noi vediamo una serie di
lastroni molto inclinati ma percorsi da
spaccature, lungo le quali è possibile
arrampicare, e da fessure chiodabili. A questo
punto una sosta ci vuole per consumare thè al
latte e biscotti. Il tempo ci favorisce perché è
bello stabile, il colpo d’occhio sulle montagne
della Valsesia è notevole. Dopo il superamento
della cengia l’arrampicata sui lastroni ci
sembra più agevole anche se le difficoltà ci
obbligano sempre alla massima attenzione. Cenge
trasversali ci consentono di avere discreti
punti di sosta e di assicurazione. Solo in una
circostanza mi vedo costretto ad incastrarmi in
una fessura infilandomi di spalla per mettermi
in una valida posizione di sicurezza. Superati
i lastroni perveniamo ad una nuova cengia. Diamo
un’occhiata a destra e a sinistra ma non
troviamo via alcuna di prosecuzione. L’unica
possibilità di continuare nella salita è di
affrontare un lastrone verticale con piccoli
appigli. Questo è risultato poi il passaggio
più impegnativo di tutta la salita. Qui
Riccardo si lega alle due corde e, da quel
sicuro arrampicatore che è, parte all’attacco.
Lo vedo salire con impegno. Ogni tanto si ferma
e pianta un chiodo, ora su una corda ora
sull’altra. La corda che via via gli sfilo sta
per finire, gli do l’alt, ma nello stesso tempo
lo sento gridare: “Evviva ce l’ho fatta”, segno
questo che il lastrone era veramente
impegnativo. Quando tocca a me ho le due corde
che mi assicurano dall’alto, vado quindi su
tranquillo, ma in alcuni punti non so dove
mettere le mani per procedere nell’arrampicata,
devo tirar fuori l’anima per farcela. Anche Liza
solitamente molto agile e sicura si trova in
difficoltà. Ci troviamo adesso riuniti ai piedi
di rocce verticali, ma bene articolate. Abbiamo
la meravigliosa sensazione di avercela fatta.
Riprendiamo l’arrampicata con una sola corda da
40 metri. Gli appigli sono ottimi ed
abbondanti, non ci sono problemi nella
progressione. Guardando verso l’alto
incominciamo a vedere della neve. Ci avviciniamo
e ci accorgiamo di essere alla calotta nevosa
della vetta. Ci fermiamo per cambiare
abbigliamento. Ci mettiamo i ramponi e togliamo
le piccozze dal sacco. Adesso vado davanti io a
gradinare. La vetta è sempre più vicina e
finalmente è raggiunta. Abbiamo il cuore alle
stelle per la bella arrampicata portata a
termine, ci stringiamo la mano e ci abbracciamo,
mai soddisfazione è stata per i miei amici e per
me così grande.
Una valutazione della via è doverosa. Il
crestone sud del Crono Stainer è una salita
bella, pulita, elegante, i chiodi sono
necessari ma solo come mezzo di assicurazione.
Non è certamente una di quelle salite di
difficoltà e pericoli estremi, tipo le famose
“nord”, salite che stupiscono, ma
che fanno anche sorgere delle riserve sulle
facoltà mentali di chi le affronta. Ma a questo
punto mi fermo perché incomincio ad avere dei
dubbi anche sulle mie facoltà mentali. Infatti
il Corno Stainer non esiste: l’ho inventato io
per il gusto di vivere nella fantasia quello che
nella realtà non sono mai riuscito a realizzare.
L’unica cosa vera di questo racconto sono i miei
due carissimi amici e compagni di cordata Liza
Tobler e Riccardo Roncaglia, i quali certamente
non me ne vorranno, per averli coinvolti in un
racconto ai limiti di un sano equilibrio
mentale.
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