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COME ACCEDERE AI RUDERI DEL CASTELLO
NOTE TECNICHE:
località di partenza:
Rocca Pietra in Valsesia
dislivello.
216 metri
dfficoltà:
E T
tempo di salita:
ore 0.40
periodo consigliato:
autunno, inverno, primavera, in assenza
di foglie sulle piante.
cartografia:
IGM, Foglio 30, Varallo, 11 N. O., scala
1:25.000.
VIA DI ACCESSO.
A Rocca Pietra lasciare la macchina nel
parcheggio subito a monte del ponte sul
Torrente Pascone. Prendere l'unica
strada esistente in direzione nord-est.
Dopo pochi minuti si incontra, sulla
propria sinistra, una fontana e una
strada che porta ad una casa isolata.
Raggiungere questa casa. Sulla propria
destra (nord-est) inizia il sentiero che
si snoda, sempre ben marcato, fino ad un
piccolo pianoro (ore 0.25). Il
sentiero continua, sulla propria destra,
fino ad un colletto. Da qui con una
mezzacosta, in direzione sud sud-ovest,
passa in prossimità di un saliente
roccioso, sul quale è comodo fermarsi a
fare merenda, e raggiunge le rovine del
castello, ore 0.15 dal pianoro; ore
0.40 dalla partenza. Immediatamente a
valle del portale d'ingresso alle rovine
parte un sentiero che, in ripida discesa
inizialmente, più agevole poi, porta in
5 minuti alla cima meridionale.
Interessante vista su Rocca Pietra |
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IL CASTELLO DI BARBAVARA FRA STORIA E
LEGGENDA
In Valsesia, fra gli abitati di Varallo
e di Rocca Pietra, sorge una montagna
isolata. La sua posizione è tale da
dominare la sottostante valle, nonché le
strade provenienti dal Lago d'Orta
attraverso Civiasco e Cilimo. La
montagna è composta da tre cime. Quella
centrale, la più e-stesa ed evidente, è
quotata 656 metri e per buona parte è
circondata da strapiombi rocciosi. E su
questa sommità che, attorno agli anni
1050, i Conti di Biandrate costruirono
un castello al quale fu assegnato il
nome di S. Stefano. A mezzo di questo
fortilizio, autentico "nido di
uccelli rapaci ", i Conti di
Bìandrate esercitarono, per più di
trecento anni, il loro potere sulla
Valsesia, con tutta l’arroganza e la
prepotenza di cui erano capaci. Fra il
1372 e il 1374 i valsesiani si
liberarono dal dominio feudale che li
aveva oppressi.
I Conti di Bìandrate furono scacciati
dalla valle e dichiarati nemici del
popolo valsesiano. I loro castelli
furono distrutti sia come rappresaglia
per le angherie subite, sia per impedire
nuovi insediamenti feudali. La libertà
dei valsesiani durò quasi trent’anni.
Nel 1402 Francesco Barbavara ebbe in
feudo la Valsesia. Il Castello di S.
Stefano fu ricostruito ed il Barbavara
si comportò, nei riguardi dei suoi
sudditi, alla stessa stregua dei
precedenti feudatari, tanto che in quel
di Varallo e di Rocca Pietra, ancora
adesso, il nome di Barbavara suona male.
Dopo 13 anni nel 1415 i valsesìani si
liberarono definitivamente dal
feudalesimo. Il Barbavara si vide
costretto a lasciare precipitosamente la
Valsesia ed il castello venne nuovamente
distrutto.
Questo è quanto storicamente accertato.
Però sul castello e sulle sue
vicissitudini esistono alcune leggende.
Una di queste narra di un ricco
contadino di Rocca Pietra che, dovendo
sposarsi, salì al castello per chiedere
al feudatario di rinunciare al diritto
della prima notte, diritto che il
signorotto aveva nei riguardi delle
spose dei suoi sudditi. Il feudatario
accettò in cambio di ricchi doni. Ma
quando vide la sposa se ne invaghì
talmente che disdisse la parola data.
Per lavare l’onta subita il ricco
contadino dì Rocca Pietra radunò i
propri parenti e quelli della sposa. Si
formò un gruppo di una decina di
congiurati decisi a tutto. Mentre un
mutulo lavorava a portare covoni di
fieno i congiurati si infilarono di
nascosto nei covoni stessi, riuscendo a
penetrare nel castello senza essere
visti. Quando il feudatario e i suoi
parenti si riunirono a banchetto i
congiurati uscirono dal loro
nascondiglio. Sopraffecero le guardie e
piombarono nella sala da pranzo
uccidendo tutti quelli che vi trovarono.
Solo una donna, una discendente dei
Conti di Biandrate, fu salvata e
consegnata ai congiurati che ne
approfittarono.
Così ridotta fu rispedita ai suoi a
Biandrate.
Un'altra leggenda narra di un ricco
mercante francese che, partito dalla
Provenza per un pellegrinaggio a Roma,
strada facendo, chiese ospitalità ai
Conti di Biandrate. Un rampollo dei
Conti, innamoratosi della di lui bella e
giovane moglie, la trattenne per se. Il
mercante fu costretto a continuare il
viaggio da solo. Tornato in Provenza
assoldò una numerosa schiera di
mercenari coi quali ridiscese a
Biandrate deciso a riprendersi la
moglie. Ma nel frattempo costei ed il
rampollo dei Conti si erano rifugiati in
Valsesia al castello di S. Stefano,
convinti di aver trovato un rifugio
sicuro. Infatti per metà le mura del
castello sorgono a filo di insuperabili
rocce a picco. La restante parte boscosa
é segnata da una sola e stretta
mulattiera facilmente difendibile. Non è
dato di sapere come i mercenari siano
riusciti ad espugnare il castello. Sta
di fatto che, secondo la leggenda, lo
fecero. Liberarono la giovane moglie
del mercante e passarono a fil di spada
tutti quelli che vi trovarono. Fu
salvato solo il rampollo dei Conti di
Biandrate che fu rispedito ai suoi, dopo
essere stato privato degli attributi
maschili.
È certo che tutte le leggende hanno un
fondo di verità: la fantasia popolare
non arriva ad inventare cose nuove, ma
parte sempre da fatti realmente
accaduti. È quindi ipotizzabile che, nel
castello di S. Stefano, sia avvenuto
qualche fatto d'armi per vincere le
ultime resistenze dei Conti di Biandrate.
Attualmente del castello, ormai
conosciuto col nome di Castello di
Barbavara, restano solo i ruderi. La sua
costruzione ha richiesto un impegno
economico e tecnico non indifferente. Il
materiale necessario è stato trasportato
sul posto dalla valle superando un
dislivello di oltre 200 metri. Inoltre
la cima non è pianeggiante, ma presenta
una differenza di quota di 15 metri. Da
qui la necessità di impostare i vari
locali su piani diversi,
presumibilmente tre, collegandoli con
rampe o scale. Ancora visibile il
portale d’ingresso. Sul muro verso Rocca
Pietra sono evidenti due feritoie.
Visibile una piccola cappella con
abside. Un discorso a parte merita la
cisterna per la raccolta dell'acqua. Il
soffitto era a volta di cui si vede
ancora la parte più bassa. La pianta è
rettangolare. Sui lati minori esistono
due aperture che potevano servire per il
carico dell’acqua, oppure per il suo
prelievo a mezzo di un pozzo e di un
sifone. Quello che resta non consente di
avanzare altre ipotesi.
La vista sulle montagne circostanti è
discreta. Visibili le punte del Monte
Rosa dalla Parrot al Nordend, le catene
Monte Capio - Massa del Turlo e Pizzo -
Res - Luvot.
Sul fondo della valle, come su una carta
geografica, è dato di ammirare Varallo
col suo Sacro Monte, Crevola, Rocca
Pietra, Quarona, Doccio ed altre
località. Si distinguono inoltre
nettamente le vetture che circolano
sulla strada della Valsesia.
Nel ritorno si può indugiarsi ad
osservare, sul Piccolo Pianoro, una
baita diroccata (1) e numerosi muri di
sostegno a secco, con rampe e scale di
accesso fra i vari terrazzamenti.
Singolare la presenza di nicchie che
servivano da riparo per le galline in
cova. Queste opere sono state
realizzate per strappare alla montagna
terreno da coltivare a prato. Non è da
escludere che i muri di sostegno siano
stati costruiti con materiale ricavato
dalle rovine del castello. Sul Grande
Pianoro si trova una stalla con annesso
locale, anche questi diroccati. Ancora
visibile una finestra con inferriata.
Queste opere hanno dato da vivere a
parecchie generazioni di contadini di
montagna, anche se a prezzo di un duro
impegno e di tanta fatica. Sono state
poi abbandonate, e sono andate in
rovina, quando lo sviluppo industriale
della pianura offriva posti di lavoro
più comodi e meglio remunerati.
(1) negli anni immediatamente precedenti
la seconda guerra mondiale in questa
baita esisteva una sorgente d'acqua.
sorge l'interrogativo: all'epoca del
castello la sorgente esisteva già ? se
si sicuramente è stata utlizzata per il
rifornimento acqua. Però dalla data di
costruzione del castello 1050 agli anni
prima della 2° guerra sono passati quasi
900 anni, sono tanti anche per una
sorgente. |